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Roberto Vecchioni |
Di Giuseppe Cerbino
In occasione di una
intervista televisiva, il cantautore Roberto Vecchioni ebbe a dire che
la poesia di oggi è prevalentemente autoreferenziale, criptica e di
conseguenza inaccessibile al grande pubblico. Secondo Vecchioni,
intervenendo sulla polemica circa l'assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Bob
Dylan, la parola non è solo scrittura ma mito che si è diffuso con
la voce. Questo è vero ma per quanto tale affermazione non possa
essere contestabile, bisogna tener conto altresì che non è scritto
da nessuna parte che il poeta debba essere, per così dire,
“popolare”. Io sostengo da sempre che il tumore della poesia è
la pretesa ad essere letta. Ed è una pretesa tanto ambiziosa quanto
pericolosa per la poesia stessa. E' una situazione limite che
testimonia il fascino e il paradosso di questa forma espressiva tanto
esaltata quanto commiserata come il sintomo di chi non sa scrivere.
Basti leggere interventi come quelli di Alfonso Berardinelli per
avere conoscenza dell'opinione della critica nei confronti della
poesia contemporanea. Il punto è che se non si sa più scrivere è
perché alla scrittura, alla letteratura in generale non si riesce
più a chiedere nulla; non si riesce a chiedere che valore deve
essere invocato per uscire dal pantano in cui ormai ci troviamo. La
poesia, soprattutto quella dell'ultimo secolo, per non parlare di
quella contemporanea, crea il senso del pantano, ci e si aiuta
attraverso la parola a navigarci, a intravvedere un sacro anche nella
melma.