sabato 7 dicembre 2019

Il dopo è solo per gli dei di Flavio Malaspina


Di Pasquale Vitagliano


Risultati immagini per Il dopo è solo per gli dei Flavio Malaspina"A me stesso che non esisto”. La raccolta di poesie Flavio Malaspina, presentato da Giuseppe Cerbino per la casa editrice Controluna (collana Lepisma Floema), ha un inizio folgorante e, per me, ricco di sorprendenti risonanze. Mi sembra un’opera sulla scrittura più che sul verso; sulla parola più che sulla forma poetica. Ne troviamo, forse, la dichiarazione. Qualsiasi cosa sia/ il dopo/ è solo per gli Dei. Dunque, Malaspina scrive di ciò che viene prima. E prima di Dio, appunto, c’è il verbo, la parola, il racconto.
Tutta la prima parte di questa raccolta ha la matura sfrontatezza di emanciparsi dal “brusio” del verso, quello che, se ben recitato e con accompagnamento musicale, attrae il pubblico, quello stesso pubblico che frequenta i reading poetici ma diffida della poesia scritta che resta prima voce. Un’altra conferma di questa linea viene dalla scelta di aver alfabeticamente strutturato la sequenza e l’ordine delle poesie. Tra il pane e la parola,/ domandandoci/ cosa nutre di più.

sabato 19 ottobre 2019

Recensione, Variazione Madre di Federico Preziosi


                                                                                                                          
   
                                                                                                                                 Di Gerardo Iandoli


Risultati immagini per VARIAZIONE MADRECon Variazione Madre (Roma, Editore Controluna, 2019), si sarebbe tentati di partire dal dato che subito colpisce il lettore: questa raccolta di liriche al femminile sono state scritte da un uomo. Eppure, prima di analizzare l’interazione tra testo e paratesto, bisogna studiare le poesie e preoccuparsi soltanto della voce che i testi stessi contribuiscono a creare, senza far riferimento a dati extratestuali.
Spesso, il soggetto femminile che parla rivendica il suo ruolo di madre: “Non pensavo poter essere madre” (p. 31), “Essere/una madre e una donna/una sola cosa” (p. 32), “io madre e amante” (p. 55). Andando più a fondo, si può considerare la poesia La camera (p. 27) il testo che più aiuta il lettore a comprendere la reale natura di questa soggettività. Emblematica la chiusa: “l’amniotico sa bene del Se/in assenza di Sé”.

domenica 22 settembre 2019

Premio Nobel a Salvatore Quasimodo: riflessioni dopo sessant'anni.





I PREMI NON FANNO UN POETA, ANCHE SE E' LEGITTIMO CHE UN POETA POSSA ASPIRARVI.

American biologist Arthur Kornberg (left), winner of the Nobel Prize for Medicine for his work (with Severo Ochoa) on RNA, sits with Italian Salvatore Quasimodo (1901 - 1968), winner of the Nobel Prize for Literature, as the pair await the arrival of the King & Queen of Sweden for the awards presentation ceremony, Stockholm, Sweden, December 14, 1959. (Photo by Express Newspapers/Getty Images)
Salvatore Quasimodo (a destra) durante la cerimonia del Nobel




Di Domenico Pisana


Quasimodo è sicuramente, fra i poeti del Novecento, quello che ha subìto da parte della critica gli attacchi più duri e, in alcuni casi, anche di bassa lega.
Il giudizio della critica militante si è snodato su due linee di movimento diverse, che hanno condotto a risultati contrastanti e non tali da poter essere assunti come fonti di indiscutibile autorevolezza, essendo viziati, a mio modesto parere, da pregiudizi mentali e “pre-comprensioni ideologiche”.
È importante, a nostro giudizio, cercare di capire come la critica letteraria si sia posta di fronte al Nobel di Modica, per poi giungere a delle considerazioni conclusive.

domenica 1 settembre 2019

"Il peso della luce" di Giovanni Sepe


di Federico Preziosi 



"Il peso della luce", (Contoluna Editore -  2018)  è una  silloge  di Giovanni Sepe a cura di Giuseppe Cerbino,  un talento spontaneo, probabilmente tra i più genuini che si possano trovare  nel panoroma letterario; egli rappresenta una figura emblematica dei tempi attuali: un  poeta che ha esordito su Facebook. Una nuova figura che  esprime una  verve demiurgica, senza appartenere a un contesto riconducibile alla cultura elitaria e salottiera, essendo oggi la poesia un’arte quasi prettamente esclusiva e poco accessibile a un grande pubblico di lettori.
La poesia dell’autore campano si nutre di immagini semplici, quotidiane e al tempo stesso vivide. Tale approccio esula da un retroterra di natura accademica: Giovanni Sepe non ha scuole alle spalle, e nemmeno riferimenti poetici ben definibili in cui è possibile decodificarlo, tutto sta nella naturale propensione al verso intesa come vera e propria vocazione. Nei suoi testi il linguaggio tende alla semplicità, talvolta anche metrica in endecasillabi spalmata su comuni figure che afferiscono alla realtà circostante: Napoli, i sentimenti, la famiglia, le contraddizioni della vita con forze e debolezze, i desideri, le malinconie del presente e del passato, anche recente. 

mercoledì 14 agosto 2019

"Del fare spietato" di Pasquale Vitagliano


Di Giuseppe Cerbino

Risultati immagini per del fare spietatoLa scrittura poetica di Pasquale Vitagliano da sempre riconosce negli oggetti e nelle cose la misura dell'uomo. Non può assolutamente fare a meno di questa prospettiva. L'oggetto è una sorta di arenaria che asciuga l'umor vitreo che rende possibile la visione. Vitagliano non manca di sottolinearlo soprattutto nella sua ultima raccolta “Del fare spietato” pubblicata per Arcipelago Itaca Editore:  il titolo  ricalca le formule dei saggi filosofici che trattano di determinati argomenti. Questo libro è, infatti, una trattazione in versi dell'inevitabile dramma che tiene insieme la realtà: “spietato” vuol dire letteralmente assenza di pietà ossia una condizione che non ci cautela e non ci preserva. Siamo nell'altezza più estrema ma con il vento in faccia.

martedì 16 luglio 2019

La misura del Silenzio di Davide Cuorvo

Di Armando Saveriano


La misura del Silenzio di Davide Cuorvo, silloge edita da Manni, nel novembre 2017, riesce ad affermare l’alternarsi di forme e di stati mutevoli, che fanno della metamorfosi il concetto di bellezza in tutte le gamme e le sfumature di una disperante e orgogliosa malinconia, come in un triste violoncello del colore, à la façon di alcuni exempla del precoce newyorkese Stanley Moss, che incontra già nell’infanzia le arie di Rossini e la facondia di Shakespeare. Passeggero e navigatore di un aerostato audace e filante, il giovane conzano di origini pompeiane sorvola terreni abusati per riconcimarli, per poetaformarli nell’operazione di disgaggio delle pericolanti tendenze che oggi –ahinoi– vanno per la maggiore, grazie alla personale concezione della Vita e della Creazione, grazie a quella creta follicolare che al suo momento fu magma e fece l’incandescenza di autori come André Breton, César Vallejo, Yehuda Amichai, Fernando Pessoa, Federico Garcia Lorca. Certamente, alla base della sperimentazione linguistica, ci sono per l’appunto le antiche lezioni di una zuffa tra senso e nonsense, di una contrapposizione tra spinta anarchica e rimpolpato classicismo, fra tratteggi astratti d’eco surreale e la presenza pressurizzante, sui fondali, di un nocchio di estraneità, sofferenza e solitudine. Scrive, nella prefazione, Wanda Marasco: Il silenzio immisurabile (in questo senso si potrebbe dire ossimorico il titolo della raccolta) fa da residuato di realtà e di pensiero. È un’ombra che si aggiunge a una nuova soglia da superare. Forse è la sostanza del cammino, la dismisura che continua a disegnare spettralità insieme a radici e vene…

giovedì 27 giugno 2019

Parola e Suono nella poesia di Cinzia Della Ciana

                                                                                                                                Di Giuseppe Cerbino

Diceva Alfonso Gatto che le poesie appartengono sempre alla voce di chi le ha intonate per la prima volta, ossia all'autore. Leggendo le liriche di Ostinato - Suite in versi (Helicon Editore) di Cinzia Della Ciana, la certezza di questa appartenenza vacilla sempre di più, man mano che ci si inoltra nelle varie sezioni di questa silloge che presenta la peculiarità di non dire alcunché della vita di chi l'ha scritta. A me pare un modo catartico di non essere ostaggi del proprio sentire troppo personale e psicologico, allo scopo di tornare alla “forza degli occhi” - per usare sempre una espressione di Gatto - e a quello stato di cose invisibile di matrice epicurea che è la musica.