giovedì 26 marzo 2020

Per una fenomenologia del dire poetico: in margine a Rosella Bucari “Tutte le parole per non dirlo"


Di Lucia Triolo



Muovo dal famosissimo “Canto di me stesso” di Walt Whitman: “Canto me stesso, e celebro me stesso/ E ciò che assumo voi dovete assumere”, procedo imbattendomi in “Autoritratto entro uno specchio convesso” di John Ashbery: “Lo specchio scelse di riflettere solo ciò che egli vedeva/e che bastava al suo scopo: la sua immagine/ vetrificata, imbalsamata, proiettata a un angolo di 180°” e mi ritrovo tra le mani un piccolo libro dal curioso titolo: “Tutte le parole per non dirlo”.
Mi chiedo: una provocazione? Per non dire cosa? Risposta: “Che sono così”, “Che ho paura”, “Che ho speranza”, “Che l’amore ha tante facce”. E dunque, infine

“…quello che non riuscirei mai ad ammettere, ad
esprimere direttamente.
Allora cerco le parole che sappiano girarci intorno.
Intorno alle mie paure, ai miei amori, alle mie voglie
Le parole che lascino intravedere senza raccontare” (XIII).

Ah, ecco, afferro: come da una potatura sapiente rifiorisce più vivo e più fecondo il desiderio di raccontarsi!

.

sabato 21 dicembre 2019

Marina Marchesiello - La resurrezione necessaria


Di Federico Preziosi 

Carne e ossa. Di cos’altro è fatto un essere umano? Sì, certamente si può dire anche di emozioni e sentimenti, eppure quanto resterebbe di queste in assenza di carne e ossa? Da queste premesse sembra muoversi la poesia di Marina Marchesiello contenuta nella silloge La resurrezione necessaria, affidata alla curatela di Giuseppe Cerbino per la collana Lepisma Floema di Controluna Edizioni: versi dove il corpo diventa l’oggetto depositario dell’esistenza.

Carne e ossa si pongono in relazione al tempo, nell’arco della vita mutano nelle dimensioni e nelle forme, costituiscono la struttura portante della parabola umana. Ciò non deve spingere il lettore a credere di essere dinanzi a una poesia dai toni lugubri o gotici, tutt’altro. Marina Marchesiello canta la vita  attraverso la pienezza del corpo: non esiste alcun compimento, nessun desiderio, non restano nemmeno le emozioni una volta che il corpo ha concluso la propria esperienza. In quest’ottica la poesia di apertura, Sono sopravvissuta per la bellezza, è già molto eloquente: «Sono sopravvissuta per la bellezza / di essere rimasta sempre un corpo / con una fantasia a parte» (p. 16), come dire, senza corpo si è già fuori dal perimetro della vita, deprivati del proprio Essere. «Io vago con naso / io valgo di cuore / ancora annuso / se mi viene un ricordo lo amo / se mi viene un ricordo perdo il pelo / e le carezze me le manda il cielo» (p.18). 

sabato 7 dicembre 2019

Il dopo è solo per gli dei di Flavio Malaspina


Di Pasquale Vitagliano


Risultati immagini per Il dopo è solo per gli dei Flavio Malaspina"A me stesso che non esisto”. La raccolta di poesie Flavio Malaspina, presentato da Giuseppe Cerbino per la casa editrice Controluna (collana Lepisma Floema), ha un inizio folgorante e, per me, ricco di sorprendenti risonanze. Mi sembra un’opera sulla scrittura più che sul verso; sulla parola più che sulla forma poetica. Ne troviamo, forse, la dichiarazione. Qualsiasi cosa sia/ il dopo/ è solo per gli Dei. Dunque, Malaspina scrive di ciò che viene prima. E prima di Dio, appunto, c’è il verbo, la parola, il racconto.
Tutta la prima parte di questa raccolta ha la matura sfrontatezza di emanciparsi dal “brusio” del verso, quello che, se ben recitato e con accompagnamento musicale, attrae il pubblico, quello stesso pubblico che frequenta i reading poetici ma diffida della poesia scritta che resta prima voce. Un’altra conferma di questa linea viene dalla scelta di aver alfabeticamente strutturato la sequenza e l’ordine delle poesie. Tra il pane e la parola,/ domandandoci/ cosa nutre di più.

sabato 19 ottobre 2019

Recensione, Variazione Madre di Federico Preziosi


                                                                                                                          
   
                                                                                                                                 Di Gerardo Iandoli


Risultati immagini per VARIAZIONE MADRECon Variazione Madre (Roma, Editore Controluna, 2019), si sarebbe tentati di partire dal dato che subito colpisce il lettore: questa raccolta di liriche al femminile sono state scritte da un uomo. Eppure, prima di analizzare l’interazione tra testo e paratesto, bisogna studiare le poesie e preoccuparsi soltanto della voce che i testi stessi contribuiscono a creare, senza far riferimento a dati extratestuali.
Spesso, il soggetto femminile che parla rivendica il suo ruolo di madre: “Non pensavo poter essere madre” (p. 31), “Essere/una madre e una donna/una sola cosa” (p. 32), “io madre e amante” (p. 55). Andando più a fondo, si può considerare la poesia La camera (p. 27) il testo che più aiuta il lettore a comprendere la reale natura di questa soggettività. Emblematica la chiusa: “l’amniotico sa bene del Se/in assenza di Sé”.

domenica 22 settembre 2019

Premio Nobel a Salvatore Quasimodo: riflessioni dopo sessant'anni.





I PREMI NON FANNO UN POETA, ANCHE SE E' LEGITTIMO CHE UN POETA POSSA ASPIRARVI.

American biologist Arthur Kornberg (left), winner of the Nobel Prize for Medicine for his work (with Severo Ochoa) on RNA, sits with Italian Salvatore Quasimodo (1901 - 1968), winner of the Nobel Prize for Literature, as the pair await the arrival of the King & Queen of Sweden for the awards presentation ceremony, Stockholm, Sweden, December 14, 1959. (Photo by Express Newspapers/Getty Images)
Salvatore Quasimodo (a destra) durante la cerimonia del Nobel




Di Domenico Pisana


Quasimodo è sicuramente, fra i poeti del Novecento, quello che ha subìto da parte della critica gli attacchi più duri e, in alcuni casi, anche di bassa lega.
Il giudizio della critica militante si è snodato su due linee di movimento diverse, che hanno condotto a risultati contrastanti e non tali da poter essere assunti come fonti di indiscutibile autorevolezza, essendo viziati, a mio modesto parere, da pregiudizi mentali e “pre-comprensioni ideologiche”.
È importante, a nostro giudizio, cercare di capire come la critica letteraria si sia posta di fronte al Nobel di Modica, per poi giungere a delle considerazioni conclusive.

domenica 1 settembre 2019

"Il peso della luce" di Giovanni Sepe


di Federico Preziosi 



"Il peso della luce", (Contoluna Editore -  2018)  è una  silloge  di Giovanni Sepe a cura di Giuseppe Cerbino,  un talento spontaneo, probabilmente tra i più genuini che si possano trovare  nel panoroma letterario; egli rappresenta una figura emblematica dei tempi attuali: un  poeta che ha esordito su Facebook. Una nuova figura che  esprime una  verve demiurgica, senza appartenere a un contesto riconducibile alla cultura elitaria e salottiera, essendo oggi la poesia un’arte quasi prettamente esclusiva e poco accessibile a un grande pubblico di lettori.
La poesia dell’autore campano si nutre di immagini semplici, quotidiane e al tempo stesso vivide. Tale approccio esula da un retroterra di natura accademica: Giovanni Sepe non ha scuole alle spalle, e nemmeno riferimenti poetici ben definibili in cui è possibile decodificarlo, tutto sta nella naturale propensione al verso intesa come vera e propria vocazione. Nei suoi testi il linguaggio tende alla semplicità, talvolta anche metrica in endecasillabi spalmata su comuni figure che afferiscono alla realtà circostante: Napoli, i sentimenti, la famiglia, le contraddizioni della vita con forze e debolezze, i desideri, le malinconie del presente e del passato, anche recente. 

mercoledì 14 agosto 2019

"Del fare spietato" di Pasquale Vitagliano


Di Giuseppe Cerbino

Risultati immagini per del fare spietatoLa scrittura poetica di Pasquale Vitagliano da sempre riconosce negli oggetti e nelle cose la misura dell'uomo. Non può assolutamente fare a meno di questa prospettiva. L'oggetto è una sorta di arenaria che asciuga l'umor vitreo che rende possibile la visione. Vitagliano non manca di sottolinearlo soprattutto nella sua ultima raccolta “Del fare spietato” pubblicata per Arcipelago Itaca Editore:  il titolo  ricalca le formule dei saggi filosofici che trattano di determinati argomenti. Questo libro è, infatti, una trattazione in versi dell'inevitabile dramma che tiene insieme la realtà: “spietato” vuol dire letteralmente assenza di pietà ossia una condizione che non ci cautela e non ci preserva. Siamo nell'altezza più estrema ma con il vento in faccia.